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Le due paure primordiali | Angelo Dilullo


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Le due paure primordiali | Angelo Dilullo


Una cosa che spesso sorprende le persone è l'esplorazione della paura, che è assolutamente necessaria in tutto questo processo di risveglio (awakening). In momenti diversi si presenta in forme diverse, ma mi piace far notare che a un certo punto sperimenterete, entrerete in contatto e attraverserete — dovrete attraversare — queste paure esistenziali e umane, paure davvero profondamente radicate.

Non è una questione di intuizione intellettuale (insight). Non si tratta della realizzazione del non-sé (no-self), della non-dualità, della genesi dipendente (dependent origination) e di tutti questi concetti elaborati. E non è neanche una questione mistica. È qualcosa di più crudo e viscerale, ma, cosa ancora più importante, è qualcosa che è rimasto rinchiuso nei meandri della vostra psiche. È qualcosa di antico dentro di voi.

Mentre mi ascoltate, osservate se questo non smuove qualcosa, se non riuscite magari a cogliere almeno il sapore di ciò di cui sto parlando. Sono energie antiche. Sono paure antiche. Se guardate alla vostra vita così com'è in questo momento, considerate la funzionalità che avete, o persino la mancanza di funzionalità in alcune aree: le cose che fate giorno per giorno, chi credete di essere, come funzionano le vostre relazioni, quale vocazione state seguendo, gli hobby che potreste avere, i talenti, qualsiasi cosa. Guardate semplicemente all'intera gamma di aspetti della vostra vita in senso convenzionale, così come si svolge in questo momento, e noterete che ci sono certe strutture di personalità — diciamo, non le chiamerò strutture identitarie, ma strutture di personalità — che la stabilizzano, non è vero? Sapete cosa significa essere un adulto nel mondo in cui vivete, giusto? Nella vita che vivete.

Sapete cosa significa per voi essere adulti, essere esseri umani maturi, e così via. Ora, fate un piccolo passo indietro. Percepite verso cosa puntano queste parole, cos'è che c'era prima di stabilizzarvi in questo mondo adulto in cui vivete. Forse è un'energia di tipo adolescenziale, o la piattaforma — o l'impalcatura — su cui è costruito questo modo di muoversi nel mondo, in senso convenzionale, che state sperimentando ora.

Se ci fate caso, la sensazione associata a tutto questo è diversa. Ripeto, potrebbe trattarsi di energia adolescenziale. Potrebbe esserci della ribellione, della speranza, dell'entusiasmo nell'affacciarsi al mondo con la vostra ritrovata libertà, autonomia, e via dicendo. Ma potrebbe anche essere intrisa di dolore. Probabilmente lo è: forse c'è molto trauma. Chi può dirlo? Tuttavia, quell'energia adolescenziale rappresenta una fase precedente dello sviluppo. È uno stadio antecedente dello sviluppo e dell'espansione della vostra personalità, e del modo in cui vi siete mossi in questo mondo.

E ancora prima, c'è una sorta di piattaforma da bambino più grande, o preadolescenziale, no? Quella su cui le altre sono costruite, o sopra la quale vengono edificate. E man mano che iniziate a percepire a ritroso queste fasi, notate che in ciascuna di esse vi sono diversi tipi di paesaggi emotivi. Diversi tipi di paure. E il modo in cui avete affrontato quelle paure entra in gioco, giusto? Per esempio, è possibile che nell'infanzia siano emerse determinate paure e che, magari grazie a bravi genitori o a buone risorse, abbiamo imparato ad attraversarle con una certa integrità e completezza, attraverso l'integrazione, sentendole davvero, comprendendo ciò che alimenta la paura e sviluppando una visione del mondo adeguata rispetto a ciò che temevamo. Si tratta di un approccio sano, tale per cui, quando abbiamo costruito l'impalcatura successiva o la successiva piattaforma identitaria, questa non è stata edificata in modo difensivo. Non è stata costruita come meccanismo di difesa contro il panorama emotivo precedente.

Ma capiamoci, questa è l'eccezione. Per la maggior parte delle persone non è così. Di certo non vale per tutti. Per ognuno di noi, in una certa misura, c'è la tendenza a usare la successiva piattaforma di identità, la successiva fase della vita, il successivo aspetto della struttura di personalità, per coprire o evitare in qualche modo le paure della fase precedente. Quindi ciò che intendo dire è che in ogni fase dello sviluppo — dall'essere un bambino piccolo che inizia appena a riconoscere il senso dell'"Io sono", il senso di essere semplicemente qualcosa, per poi sviluppare il senso del sé e dell'altro, la relazionalità, la comunicazione, e la teoria della mente (theory of mind) (il rendersi conto che le altre persone hanno un mondo interiore e l'essere in grado di manipolarlo), tutti stadi di sviluppo infantile, fino ad arrivare alla consapevolezza sociale nell'adolescenza e così via — in ciascuna di queste fasi ci sono delle paure.

A cominciare dalle primissime paure dell'abbandono, giusto? Perdere il legame primario; per poi passare alle paure dell'adolescenza, come l'umiliazione, il non integrarsi, l'essere emarginati. Tutti questi strati di paura, ripeto, in una certa misura non vengono affatto affrontati e neppure sentiti appieno. Vengono coperti, nascosti sotto il tappeto, semplicemente costruendoci sopra l'impalcatura della successiva struttura identitaria. E di nuovo, a volte tutto questo, o alcune sue parti, è intriso di trauma. Perciò, dobbiamo tornare indietro e rivisitarlo. E può sembrare tremendamente crudo quando torniamo indietro e all'improvviso ci sentiamo di nuovo adolescenti angosciati o bambini terrorizzati. Non vogliamo tornare lì. Non vogliamo sentirci come quel bambino terrorizzato. Se siamo stati profondamente traumatizzati, molto spesso la paura è l'unica cosa che abbiamo imparato a spegnere del tutto. A dissociarcene.

Ad ogni modo, il punto è che chiunque può riconoscersi nel fatto che, in una certa misura, costruiamo queste nuove strutture identitarie o strutture di personalità sopra quelle precedenti. Sebbene le paure di un bambino — come il buio, i rumori notturni, l'essere abbandonati, e cose simili — crediamo di averle superate. In realtà non le abbiamo superate affatto. Ci abbiamo solo costruito sopra delle impalcature e ci siamo trasferiti in quelle nuove strutture, in modo da avere gli strumenti per ignorare quelle paure più profonde. Sono ancora lì, finché non svaniscono, ma possiamo ancora accedervi. E nella misura in cui non vogliamo vedere tutto questo, abbiamo il potenziale di diventare inconsapevoli, di entrare in una sorta di schema comportamentale inconscio, giusto? Perché il punto è che sono lì, vengono innescate e si esprimono. Ma se si esprimono in un modo che è così stonato rispetto a ciò che pensiamo di essere, a chi crediamo di essere, allora troviamo il modo di trascurarle, di far finta di niente. Così queste paure trapelano. Ecco perché è importante tornare indietro a occuparsi di queste cose.

Ora, ciò che fa il risveglio — la realizzazione profonda e così via — è iniziare semplicemente a smantellare l'intera impalcatura. Potrebbe sembrare fantastico, ma vi ripeto, adesso non potete più nascondervi da questa roba. Ora tutto ciò che era in cantina è salito in salotto. È tutto qui, e dovete lavorarci. Dovete affrontarlo e gestirlo. Ed è per questo che parlo molto del lavoro sul trauma. Parlo di terapia — e più che di terapia ci tengo a dire terapia del trauma, ma soprattutto lavoro sul trauma — e parlo di lavoro sull'ombra (shadow work), di processi profondi sull'ombra, di circling e di varie modalità, perché semplicemente dovete farlo. Sarete spinti a farlo in un modo o nell'altro. Quindi sì, quando si tratta di paura, questo è ciò di cui ho iniziato a parlarvi.

Ciò che noto è che in quelle prime fasi della vita ci sono un paio di paure che sono le più evidenti, o forse sono la radice di tutte le altre. La prima è la paura di non avere le risorse di cui si ha bisogno. E la primissima risorsa di cui si ha bisogno è un legame: un legame con una persona che si prenderà cura di noi. Senza quel legame morireste, no? Un neonato, senza il legame primario in una forma o nell'altra, muore. Non sarebbe in grado di regolare il suo sistema nervoso. Non riuscirebbe a tenersi al caldo. Non potrebbe mangiare. Morirebbe. Non avrebbe protezione in natura. Pertanto, quel legame primario è la prima cosa di cui avete bisogno. Ed è così che, se nell'adulto diventa un bisogno psicologico, per il neonato è un vero e proprio bisogno fisico, somatico. Il bisogno di un legame primario.

Quindi la prima paura che abbiamo, in un certo senso, è la paura di perdere quel legame, la paura dell'abbandono. E in seguito si presenta in altre forme, forme più complesse. La maggior parte di noi non sarebbe qui — anzi, nessuno di noi sarebbe qui — se non avessimo avuto un legame in tenera età. Se non avessimo avuto nessuno a prendersi cura di noi, da bambini non saremmo sopravvissuti, giusto? Ci siamo passati tutti. Tuttavia, quel legame potrebbe essersi interrotto in un'età molto, molto precoce. Da un punto di vista del trauma, è un'esperienza difficilissima da attraversare e richiede un enorme lavoro per ristrutturarla e ricollegare quei percorsi neurali. Ma si può fare. Più invecchiamo, più queste ferite traumatiche da abbandono diventano consce, e ne diventiamo consapevoli perché è in quella fase che formiamo i ricordi e così via. Inoltre, spesso ciò che c'era prima potrebbe essere stato caratterizzato da grande stabilità, quindi potrebbe non essere una ferita così devastante, ma ciò di cui sto parlando è per lo più trauma.

Il punto è che tutti noi abbiamo paura di perdere quel legame. Tutti noi proviamo la paura dell'abbandono a quelle età. Senza eccezioni. Finché vi identificate con voi stessi, o credete di essere un sé, finché vi sentite separati, vi sentite un "individuo", un "io", finché tutto questo vi sembra vero, a un certo punto emergerà la consapevolezza che "l'altro" è la madre, o il padre, o chi si prende cura di voi. E ci sarà la consapevolezza che quell'altro potrebbe non esserci. Lo capite, perché a volte non ci sono. La mamma non può essere sempre presente. Il papà non può essere sempre presente. Così ci sentiamo sregolati, infreddoliti, spaventati, soli o affamati, e non c'è nessuno a prendersi cura di noi. Di conseguenza estrapoliamo molto in fretta: e se quell'unica persona non tornasse affatto? E se sparisse del tutto? Oppure succede per davvero, giusto? Potremmo essere stati abbandonati da un genitore. Un genitore potrebbe essere stato ucciso, essersi perso, o essersene andato. Succede a tantissime persone. E, in una forma o nell'altra, tutti noi percepiremo la possibilità dell'abbandono, e questo diventerà una ferita, diventerà una paura.

E, in genere molto in fretta, impariamo a dissociarci da tutto ciò grazie alla complessità della coscienza. Possiamo usare l'immaginazione per dissociarci. E uno dei modi in cui ci dissociamo in maniera stabile, di cui parlo in continuazione, è l'identificazione con il pensiero, l'identificazione con la mente (mind identification). Quel mondo dell'identificazione con la mente — che è il mondo della natura umana, la follia che si osserva così spesso attorno a noi nella popolazione umana — è esattamente ciò di cui sto parlando. Sono impalcature su impalcature di strutture identitarie costruite per evitare queste paure profonde. Punto primo: la paura dell'abbandono. Questa paura posso estenderla alla paura di perdere o di non avere le risorse di cui si ha bisogno. E questo è importante: non scenderò nei dettagli, ma mi riferisco anche agli stati di cui pensate di avere bisogno, gli stati emotivi, che sono il collegamento somatico alle risorse. Quindi sì, queste sono le cose che temiamo di perdere: le risorse, ciò di cui abbiamo bisogno, ciò di cui pensiamo di avere bisogno, ciò che ci nutre, e gli stati che associamo a tutto questo. È questo ciò che temiamo davvero di perdere. Ed è una prima paura.

L'altro lato della medaglia, in realtà, assomiglia di più alla paura di rimanere intrappolati (being stuck). Rimanere bloccati in un corpo, bloccati in una situazione, in una circostanza, bloccati nelle sensazioni, nelle emozioni, bloccati nel dolore e nella fisicità. Proviamo una forte resistenza verso tutto questo. Questa è una paura interessante, perché credo che in realtà si formi persino prima di sviluppare un'identità. Probabilmente è la paura più antica, ma non lo so per certo. Sono quasi gli opposti, vero? Una è: "Non ho le risorse di cui ho bisogno". Ci spinge ad aggrapparci, a guardare all'esterno, ad afferrare, a trattenere, rendendoci incapaci di lasciare andare. L'altra assomiglia più a: "Dio mio, voglio solo respingerlo. Voglio fuggire. Voglio rintanarmi nel mio mondo interiore". Per entrambe, a dire il vero, impariamo a usare un mondo interiore come via di fuga, sicuramente. Ma quest'ultima è più del tipo: "Voglio solo prendere le distanze dall'esperienza. Non voglio sentire. Voglio allontanarlo. Voglio respingere l'emozione. Voglio respingere il dolore. Voglio respingere il pensiero. Voglio immaginare che non ci sia. Voglio escogitare tutti i modi possibili per sbarazzarmene". È tutto questo, sapete, e si manifesta sotto forma di ossessioni su come la gente mangia, ossessioni su come la gente fa esercizio fisico, fissazioni per il corpo, e una dissociazione verso questi strani mondi onirici in cui pensate di poter diventare invincibili in qualche modo in base a come mangiate, consumando sempre prodotti naturali e tutte queste cose che succedono, no? È pura illusione, ma vogliamo ignorare il fatto di essere presumibilmente in questo corpo — e a quanto pare lo siamo, giusto? Ma qualunque cosa percepiamo come "io" è apparentemente legata a questo corpo-mente, che invecchierà, si decomporrà, morirà, marcirà nella tomba, cambierà forma e via dicendo.

Non vogliamo vederlo. Non vogliamo davvero digerirlo. E non vogliamo nemmeno dover riconoscere, sentire, e in ultima analisi semplicemente lasciare andare il controllo sul fatto che stare in questo corpo comporta certe esperienze, dolori, sensazioni, eccetera. Quindi si potrebbe dire che questi due tipi di paura e le relative reazioni sono come la spinta e la trazione, il desiderio e l'avversione. Ma queste sono le paure fondamentali, e a un certo punto dobbiamo tornare ad esse e attraversarle. La paura di non avere le risorse di cui avete bisogno, gli stati di cui avete bisogno, e la paura di essere bloccati in un corpo, bloccati nelle sensazioni, nelle emozioni e, in fin dei conti, bloccati in una serie di condizioni: il fatto che questo corpo alla fine cederà, si guasterà, decadrà, morirà e così via. È come se una fosse la paura della vita e l'altra la paura della morte. La paura di vivere senza le risorse di cui abbiamo bisogno per vivere, e la paura, in pratica, di perdere tutte le risorse provando il dolore di quella perdita.

Ora, tutto questo potrebbe sembrare pesante e insormontabile, ma in realtà non lo è. Potete davvero ripercorrere tutto e affrontare queste due paure fondamentali. Ma una grande parte di ciò consiste nel sentire la paura. E potrebbe essere passato molto tempo da quando avete provato paura per l'ultima volta. Non è passato molto tempo da quando avete provato paura psicologica, ma intendo la vera e propria paura fisica, fisiologica: la sua intensità in questo momento potrebbe sorprendervi. Certo, alcune persone l'hanno provata di recente, ma credo che molti vivano così dissociati da non sentire gran parte di ciò che il loro corpo sta sperimentando. A causa di questo, però, subentra una sorta di ansia continua e di basso livello. Quindi sì, dovrete tornare indietro e sentire tutto questo, per poi vedere davvero quali siano le implicazioni di tutti i meccanismi di difesa (coping mechanisms) che avete costruito pur di non sentirlo. Dunque non si tratta solo di sentire le paure, non si tratta solo di sentire le emozioni, ma anche di riconoscere i meccanismi che sono legati al vostro non volerle sentire. E a un certo punto anche questi verranno smantellati. Può sembrare un'impresa follemente difficile, ma non lo è. Certo, richiede del lavoro, ma per voi è assolutamente fattibile in questa vita, in un lasso di tempo ragionevolmente breve, intendo dire pochi anni, una manciata di anni. Non accadrà con un singolo risveglio (awakening), questo ve lo dico. E non accadrà nemmeno con un risveglio non-duale. Ma l'approccio non-duale unito a un bel po' di lavoro sull'ombra (shadow work) è la vera chiave di tutto questo. Quindi...


Original Source (Video): 

Title: The Two Primal Fears

https://youtu.be/XOkGasDoxJk?si=zkhLl4z-Q4GJChif



Dichiarazione di Non Responsabilità

Questa traduzione si basa su sermoni di Dhamma originariamente pronunciati in singalese. Sono stati tradotti in italiano con l'aiuto dell'IA (ChatGPT e Gemini AI), con l'intenzione di rendere questi insegnamenti più accessibili a un pubblico più ampio.

Si prega di notare che, sebbene sia stata posta attenzione nel preservare il significato e lo spirito del sermone originale, potrebbero esserci errori o imprecisioni nella traduzione. Queste traduzioni sono offerte in buona fede, ma potrebbero non cogliere appieno la profondità o le sfumature degli insegnamenti originali.

Non intendiamo promuovere o avallare alcuna specifica opinione personale che possa essere stata espressa dall'oratore originale. Il contenuto è condiviso unicamente allo scopo di incoraggiare la riflessione e una più profonda comprensione del Dhamma.

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